| Un’esperienza lunga quasi 130 anni, nata negli Stati Uniti e propagatasi in tutto il mondo. È l’azione dei Cavalieri di Colombo, l’ordine che da oltre Oceano arrivò a Roma ben 90 anni fa. Per celebrare l’anniversario, la nota associazione cattolica guidata oggi dal cavaliere supremo Carl Anderson, ha promosso assieme al Comune di Roma una mostra ai Musei Capitolini, aperta fino al prossimo 31 ottobre, dal titolo “Everybody Welcome, Everything Free: i Cavalieri di Colombo e Roma, celebrazione di 90 anni di amiciziaâ€. |
Foto, documenti, immagini video, preziosi oggetti di collezionismo e perfino due travi delle Torri Gemelle di New York. Un’opera, quella dei Cavalieri di Colombo, che non ha confini di tempo né di spazio. Ce ne parla Enrico Pietro Demajo, rappresentante legale dei Cavalieri di Colombo in Italia:
ENRICO PIETRO DEMAJO -Rappr. legale Cavalieri Colombo in Italia
Vengono fondati nel 1882 negli Stati Uniti, a New Haven, da un giovane prete, per il quale ora è in corso un processo di beatificazione: si chiamava padre McGivney. Questo giovane prete si rese conto delle cattive condizioni in cui vivevano i cattolici, che rappresentavano l’ultima ondata di immigrazione in un Paese protestante. Spesso facevano i mestieri più umili. I capofamiglia andavano a lavorare in miniera e spesso morivano giovani, lasciando mogli e tanti bambini senza sostentamento. A padre McGivney venne l’idea di creare un’organizzazione che aiutasse le famiglie qualora ne fosse venuto a mancare il capofamiglia. Da allora, il tutto si è istituzionalizzato in una grande compagnia di assicurazioni per i membri dell’Ordine. Questa compagnia d’assicurazione crea i proventi che vengono poi utilizzati per opere di carità in tutto il mondo.
L’impegno profuso dai Cavalieri di Colombo è andato avanti, in particolare durante la Prima Guerra Mondiale per i soldati e per le persone che si trovavano in estrema difficoltà . Ne furono esempio i cosiddetti army hut, dal cui principio deriva il titolo della mostra, tutti benvenuti – tutto gratuito: erano una sorta di ricovero per i militari, dove si poteva ricevere assistenza gratuita, senza distinzione di fede. Fu a Roma, poi, che nel 1920 cominciò una collaborazione tutta particolare:
Novant’anni fa succedeva che una delegazione dei Cavalieri di Colombo veniva ricevuta in udienza da Papa Benedetto XV. Il Papa, sapendo dell’attività dei Cavalieri in Europa, soprattutto di supporto all’esercito americano, chiese di stabilire una presenza duratura qui a Roma, realizzando dei centri sportivi per la gioventù sportiva romana, che all’epoca era molto povera. Da allora abbiamo ancora questi stessi centri sportivi, esattamente 5, e oggi sono ancora gratuiti come all’epoca. Vengono utilizzati da ragazzi, anche da portatori di handicap o con lievi problemi mentali, oltre che da parrocchie, seminaristi e da altri giovani che, in questo modo, possono praticare attività sportive.
Di questa amicizia stretta rimangono tante testimonianze. A colpire è un’automobile, usata da Pio XI e Pio XII:
ENRICO PIETRO DEMAJO -Rappr. legale Cavalieri Colombo in Italia
La papamobile è una Graham, è stata donata da due Cavalieri di Colombo. L’abbiamo scoperta casualmente. È interessante perché è stata la prima macchina che ha lasciato il Vaticano dopo i Patti lateranensi ed era la macchina di Pio XI. Ma è stata anche la macchina con la quale Pio XII è andato a visitare la popolazione di Roma che soffriva a San Lorenzo, dopo i bombardamenti.
Negli anni l’interesse dei Cavalieri di Colombo ha spaziato dalle opere di assistenza alle iniziative culturali, dal restauro al sostegno per lo sviluppo delle comunicazioni sociali, come le attività del Centro Televisivo Vaticano e della Radio Vaticana.
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| Progettato durante il pontificato di Pio VII da Raffaele Stern, aperto al pubblico per la prima volta nel 1822, il Braccio nuovo dei Musei Vaticani venne subito considerato un capolavoro di architettura neoclassica. |
Secondo una sistemazione di tipo tematico in cui si affrontano il mito greco e la storia romana, il Braccio Nuovo, sezione aggiunta del museo Chiaramonti, accoglie in un corridoio lungo sessantotto metri ventotto grandi nicchie che ospitano altrettante statue d’arte classica; negli intervalli tra queste, busti maschili e femminili raccontano la storia di personaggi celebri del mondo antico. Ad accompagnarci in questo percorso tra architettura e scultura è Giandomenico Spinola, responsabile della sezione di Antichità classiche dei Musei Vaticani.
GIANDOMENICO SPINOLA – Resp. sez. Antichità classiche Musei Vaticani
Siamo in una struttura che concepisce le opere nel posto dove loro potevano valorizzarsi meglio: qualcosa che somigli all’antico pur non essendo antico. L’impronta è proprio storica: siamo dopo il congresso di Vienna, le opere tornano da Parigi e qui meritano un allestimento nuovo, appunto. (…) Il dialogo fra le opere e l’architettura è chiaramente diretto. Va detto che, però, nella fretta – tra virgolette- dell’allestimento, si alternano dei capolavori di valore assoluto, come ne vediamo tanti, ad opere in stile , ma magari composte in parte da integrazioni o da parti in gesso. Di conseguenza è una qualità variabile. Ciò che appare all’occhio però è un’unitarietà straordinaria.
Tra i tanti capolavori, come l’Augusto di Prima porta su cui recentemente è stato compiuto uno studio sul colore, spicca nell’emiciclo centrale il Nilo, statua colossale raffigurante la divinità fluviale egizia ricondotta a Roma tra il 1815 ed il 1816.
GIANDOMENICO SPINOLA – Resp. sez. Antichità classiche Musei Vaticani
Il Nilo fu trovato nel cinquecento nella zona dell’ Iseo Campense, vicino al Pantheon , vicino Piazza della Minerva, dove ancora oggi ci sono tracce di questo santuario di Iside . Abbiamo degli elementi palesemente egizi che ci attestano questa raffigurazione, come la sfinge nella parte più a destra della scultura. Abbiamo anche una lontra , animale tipicamente nilotico, ovviamente il coccodrillo ed abbiamo anche qua molte integrazioni fatte nel seicento, nel settecento, tra cui questi bellissimi puttini che in realtà sono dei cubiti, la misura, l’altezza che il Nilo raggiungeva per poi esondare e chiaramente fertilizzare le campagne circostanti e dare modo di avere il grano che vediamo nella mano della divinità fluviale , la cornucopia piena di frutti: tutto ciò che poi è il benessere di questa terra (…) Direi che abbiamo avuto, riavuto uno dei nostri capolavori.
Decorate nella parte superiore da bassorilievi in stucco eseguiti da Massimiliano Laboureur ispirati al fregio, il rilievo storico romano, le pareti del Braccio Nuovo accolgono busti di privati cittadini e di imperatori, affiancati da opere statuarie di carattere storico e mitologico, derivanti comunque dall’arte greca.
GIANDOMENICO SPINOLA – resp. sez. Antichità classiche Musei Vaticani
Tra le opere di carattere storico abbiamo molti ritratti di imperatori non sempre nel loro contesto più ovvio: i “pastiche†che vengono creati nel settecento soprattutto sono tanti. Abbiamo ad esempio un’opera che è una statua di atleta derivato da un originale di Mirone, quindi siamo nel V. sec a.C. come prototipo, con sopra la testa di Lucio Vero, il corpo poi è stato integrato, con fantasia, con una Vittoria su globo nella mano sinistra dell’atleta. Quindi abbiamo tre opere: una testa di Lucio Vero, un corpo di atleta ed una creazione del tutto settecentesca di fantasia. Abbiamo anche opere di origine greca senza grandi trasformazioni; il Sileno con Dioniso in braccio , derivato dalla scuola di Sippea, che conserva anche esso come l’Augusto di Prima Porta tracce di colore. È un’opera di particolare pregio perché anche il copista era di grande valore, oltre che l’originale. Abbiamo ad esempio una delle tante repliche del Doriforo che adesso viene interpretata come Achille, quindi un soggetto di natura mitologica da , anche esso, un capolavoro greco, in questo caso di Policleto.
Provenienti da scavi e raccolte antiquarie, le statue del Braccio Nuovo, come anche i busti ed i mosaici, subiscono tuttora numerosi interventi di restauro, che permettono di ricostruire le integrazioni effettuate nel tempo.
GIANDOMENICO SPINOLA – Resp. sez. Antichità classiche Musei Vaticani
Abbiamo qui nel Braccio nuovo dei mosaici montati su pavimento che derivano da una testura del tutto differente , qui tagliata e montata ad arte per poter occupare gli spazi perimetrali. La stessa cosa per le sculture. Qui abbiamo delle sculture create ex novo come abbiamo visto prima per quanto riguarda il Lucio Vero atleta, create ex novo dalle integrazioni, perciò, solo quando noi facciamo dei restauri o degli studi specifici riusciamo a leggere con chiarezza le singole opere perché sono spesso mascherate da scialbi, da inserti assolutamente poco visibili ed il tempo ha fatto la sua… Ha uniformato con un po’ di sporcizia, noi cercheremo di rimuovere questo contatto, questo punto di contatto.
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Interni 20 agosto 2010
LA VITA MINACCIATA
«È più simile alla Ru486 che al levonorgestrel, la classica pillola del giorno dopo». Nella definizione sintetica di Mario Eandi, docente di Farmacologia clinica all’Università di Torino, c’è tutta l’ambiguità di chi vuol far credere che la pillola dei cinque giorni dopo (ulipristal acetato, commercializzata con il nome di EllaOne) sia un prodotto contraccettivo, da poter dispensare dietro semplice presentazione di una ricetta medica e senza riferirsi alla legge 194. «Basta pensare – aggiunge – che in alcuni Paesi asiatici lo stesso mifepristone (il principio attivo della Ru486) viene utilizzato a basso dosaggio come pillola dei cinque giorni dopo…».
Il via libera negli Stati Uniti alla vendita della pillola dei cinque giorni dopo, venerdì scorso, ha rinfocolato la polemica sull’effetto contraccettivo o abortivo di questi prodotti. Ci può spiegare il meccanismo d’azione di questi farmaci?
Sia dal punto di vista strutturale, sia da quello del meccanismo d’azione, l’ulipristal acetato (la pillola dei cinque giorni dopo) è un antiprogestinico che si comporta come la pillola abortiva Ru486. Si tratta di un antagonista del recettore del progesterone, l’ormone che presiede all’impianto dell’embrione in utero e al proseguimento della gravidanza: prepara l’endometrio e lo rende adatto all’avanzamento della gravidanza stessa. Se viene assunto prima dell’ovulazione, il farmaco la ritarda e quindi ha un effetto anticoncezionale. Ma se viene assunto dopo che l’ovulazione è avvenuta, non impedisce la fecondazione bensì che l’embrione eventualmente formatosi riesca ad attecchire nell’utero.
E la Ru486?
Il mifepristone agisce in modo molto simile, ma essendo somministrato a scopo abortivo a dosi molto maggiori (da 200 a 600mg rispetto ai 10-30 dell’ulipristal acetato) ha il potere di bloccare lo sviluppo dell’embrione anche se si è già impiantato in utero. Del resto in alcuni Paesi asiatici (come India, Cina, Indonesia) il mifepristone viene usato a basse dosi (10mg) per ottenere lo stesso effetto di pillola dei cinque giorni dopo. E in questa forma – come “contraccettivo d’emergenza” – è stato riconosciuto e propagandato dalla stessa Organizzazione mondiale della sanità (Oms). A conferma che l’azione dei due farmaci è molto simile.
Invece il levonorgestrel, cioè la pillola del giorno dopo?
Anche questo farmaco è un modulatore del recettore del progesterone, ma anziché un antagonista è un prodotto ad azione progestinica. Si tratta cioè di un ormone, somministrato ad alte dosi, che provoca l’inibizione dell’ovulazione – se non è ancora avvenuta – attraverso un’azione sull’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi. Dopo l’ovulazione, la sua azione di ostacolo al proseguimento di una gravidanza è affidata a tre meccanismi: da un lato rende più difficile il passaggio degli spermatozoi attraverso le vie genitali femminili, favorendo il formarsi di un tappo mucoso nell’utero; da un altro causa un rallentamento della velocità di trasferimento dell’embrione attraverso le tube verso l’utero, che solitamente dura 24-48 ore (e in questo modo può favorire l’instaurarsi di una gravidanza extrauterina); infine, l’alta dose di progestinico somministrato, interferendo sulla fisiologia dell’endometrio, può rendere difficile l’annidamento. Tuttavia, quando l’annidamento dell’embrione è avvenuto, l’azione del levonorgestrel non induce effetti abortivi, a differenza degli antiprogestinici Ru486 e ulipristal.
In sostanza perché si parla di contraccezione di emergenza e non di aborto?
È un problema lessicale e di convenzione. Le polemiche sono appunto legate alle definizioni di aborto e di contraccezione. Quest’ultima dovrebbe essere considerata solo ciò che impedisce il concepimento, ma se è un sistema che agisce dopo l’unione dei due gameti (spermatozoo e ovulo), quindi dopo la creazione di un nuovo individuo, è chiaro che interviene allo stadio iniziale della vita da un punto di vista biologico e scientifico. E quindi con ricadute etiche ben diverse. Viceversa se – come fanno alcuni ginecologi – si definisce gravidanza il periodo che va dall’annidamento dell’embrione al parto, si usa una convenzione che, in modo capzioso, permette di non definire abortivo ciò che impedisce l’impianto in utero.
Enrico Negrotti
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20 agosto 2010
FEDE E SOCIETA’
Una piazza aperta su cui si affacciano il campanile e il palazzo pubblico, le case e i portici. Dall’agorà dei Greci a quella del Comune, la piazza ha sempre rappresentato il cuore della città , il posto in cui si dialoga, ci si confronta, si interloquisce: il luogo in cui si rispettano le identità nella consapevolezza della propria. Da questa immagine nasce la filosofia del Progetto culturale e di conseguenza il logo del Servizio nazionale della Cei. Nel villaggio globale, in un mondo dove Internet e le nuove tecnologie “linkano” le persone, le mettono in contatto, la piazza del progetto culturale rappresenta lo spazio virtuale ma anche reale dove confrontarsi e riconoscersi attorno alle idee e ai problemi è importante così come pensare più a fondo e alla luce della fede le questioni fondamentali della cultura. «È il luogo dove comunicare tutto questo agli altri, nella convinzione che la comunità nasce anche dalla comunicazione» spiegano dal Servizio nazionale per il progetto culturale. È nel 1994 che il cardinale Camillo Ruini, nella sua prolusione al Consiglio permanente della Cei, fa per la prima volta un accenno a un «progetto culturale»: cultura «come terreno di incontro tra la missione propria della Chiesa e le esigenze più urgenti della nazione». Nel 1995 il Convegno ecclesiale di Palermo registra un consenso generale intorno al progetto e un anno dopo, nel 1996 tre seminari di studio promossi dalla Cei e l’Assemblea Generale dei vescovi italiani delineano le motivazioni e i contenuti del progetto culturale. I tre seminari sono dedicati rispettivamente a «Chiesa e cattolicesimo in Italia dopo il Concilio», a «La comunicazione sociale oggi, le sue prospettive e l’impegno della Chiesa», ad «Antropologia cristiana e culture contemporanee». Nel 1997 viene pubblicato dalla presidenza della Cei il documento fondativo Progetto culturale orientato in senso cristiano. Una prima proposta di lavoro. Per quanto riguarda le grandi aree tematiche, ha cercato di individuarne tre su cui focalizzare la riflessione, e verso cui orientare le attività di ricerca: libertà personale e sociale in campo etico; identità nazionale, identità locali e identità cristiana; interpretazione del reale: scienze e altri saperi.
Non mancano poi i temi emergenti su cui il progetto culturale ha concentrato l’attenzione come nel caso dell’antropologia e della trasmissione della fede, i nodi riguardanti la spiritualità , le tematiche della famiglia e della vita, scuola ed educazione, responsabilità verso il creato. Al riguardo durante gli anni molto utili sono stati il Forum del progetto culturale, i seminari di studio, le iniziative a sostegno della ricerca realizzate da esperti delle più diverse discipline, nella comune prospettiva di un’antropologia ispirata al Vangelo.
«Nel significato e nella centralità dell’evento di Gesù Cristo – spiegano dal Servizio nazionale per il progetto culturale –. In Cristo, infatti, ci è data un’interpretazione di Dio e dell’uomo, e quindi implicitamente di tutta la realtà , che è così pregnante e dinamica da potersi incarnare nelle più diverse situazioni e contesti storici, mantenendo al contempo la sua specifica fisionomia, i suoi elementi essenziali e i suoi contenuti di fondo».
Vincenzo Grienti dell’Avvenire.it
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di Tarcisio Bertone
Sono andato volentieri a porgere il mio tributo di omaggio e di suffragio per l’anima del presidente emerito della Repubblica italiana Francesco Cossiga, al quale mi hanno legato vincoli particolari di conoscenza e di amicizia sin dal 1991. In quell’anno infatti, in occasione della mia nomina ad arcivescovo di Vercelli, andai, come si usava, a fare visita di cortesia al capo dello Stato. Il presidente mi accolse con grande familiarità e dimostrò di conoscere i miei studi e la mia specializzazione in diritto ecclesiastico.
Iniziammo così un colloquio approfondito su temi di diritto costituzionale comparato, allargato poi a temi di teologia e spiritualità . Il tempo scorreva e l’incontro colloquio si prolungò enormemente, interrotto solo da una chiamata urgente a proposito della riunione del Consiglio di sicurezza sull’emergenza nei Balcani. Alla fine ci scambiammo alcuni volumi.
Dal 1995, dopo la mia nomina a segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, fui testimone dell’amicizia e della familiarità intellettuale che legò Francesco Cossiga al cardinale Joseph Ratzinger, con il quale trascorreva serate di impegnative conversazioni filosofiche e teologiche. Nel 2006, quando venni nominato da Benedetto XVI segretario di Stato, con il presidente riprendemmo una discreta frequentazione telefonica, epistolare e anche conviviale.
La cultura politica e teologica di Francesco Cossiga spaziava su vari campi e ogni incontro con lui era molto interessante e arricchiva. Per i miei incarichi nella Curia romana avevo seguito in modo speciale l’iter di “rivalutazione” del filosofo Antonio Rosmini e della redazione della nota della Congregazione per la Dottrina della Fede che ha dato il via libera alla sua beatificazione.
Ieri sera il Santo Padre, parlando del suo “illustre e caro” amico, mi ha detto che gli stavano a cuore soprattutto tre traguardi che Cossiga tenacemente perseguì e raggiunse: la proclamazione di san Tommaso Moro a patrono dei politici cattolici, la beatificazione dell’abate Antonio Rosmini e quella del cardinale John Henry Newman.
La fede cattolica di Francesco Cossiga era granitica e aperta. E possiamo ripetere anche noi l’invocazione che il presidente emerito ha posto al termine delle lettere che ha indirizzato alle cariche istituzionali della Repubblica: Iddio protegga l’Italia!
Fonte: Osservatore Romano
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18 AGOSTO 2010
IL CALENDARIO
Sta per alzarsi il sipario, a Rimini, nella consueta sede della Fiera, la 31esima edizione del
Meeting per l’Amicizia tra i Popoli, l’evento di Comunione e Liberazione che, come ogni anno, chiude il mese di agosto e apre la stagione politica. “Quella natura che ci spinge a desiderare grandi cose è il cuore”, questo il titolo della kermesse, che riprende le parole che Albert Camus fa pronunciare all’imperatore Caligola nel suo celebre dramma: «Ho provato semplicemente una improvvisa sete di impossibile… ho bisogno della luna, o della felicità , o dell’immortalità ».
Il Meeting intende dunque, in questa edizione, documentare come nella realtà di tutti i giorni si deve partire proprio dall’umanità : fare dei bisogni e dei desideri degli uomini l’essenza delle grandi scelte e anche di quelle di tutti i giorni.
Dopo la Santa Messa inaugurale, celebrata dal vescovo di Rimini, monsignor Francesco Lambiasi, si apriranno gli incontri nelle sale della Fiera. Tra gli ospiti della prima giornata il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, e l’amministratore delegato di Intesa San Paolo, Corrado Passera: parleranno delle condizioni necessarie e possibili per la ripresa economica. Introduce Bernhard Scholz, presidente della Compagnia delle opere. Il giorno successivo, lunedì 23 agosto, è atteso l’intervento del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, sull’importanza della sussidiarietà . Altri nomi di spicco del mondo economico italiano nel pomeriggio, interverranno sul tema dell’energia. Ci saranno Fulvio Conti, ad e dg di Enel e Giuliano Zuccoli, presidente del consiglio di gestione di A2A.
Il ministro della Cultura Sandro Bondi e il leader di Api, Francesco Rutelli saranno invece protagonisti del dibattito su “I beni dell’Italia: cultura e tradizione”. Infrastrutture e trasporti al centro dell’incontro dedicato, martedì 24 agosto ai mezzi per la mobilità , con la partecipazione del titolare del dicastero delle Infrastrutture, Altero Matteoli, e l’ad di “Ferrovie dello Stato” Mauro Moretti
Il ministro Matteoli sarà anche presente all’appuntamento “Viaggiare sicuri”, realizzato in collaborazione con la fondazione Ania, al quale parteciperà anche il vescovo di San Marino-Montefeltro, Luigi Negri.
Mercoledì 25 agosto saranno al Meeting il ministro dell’Interno Roberto Maroni, il mattino, per discutere di immigrazione e integrazione; il ministro dell’Agricoltura Giancarlo Galan, che interverrà a un incontro dedicato all’Expo 2015. Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, sarà ospite dell’incontro dedicato al lavoro e alla crisi. Ne parlerà con Cesare Geronzi e Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera. Chiuderanno la giornata il ministro dell’economia Giulio Tremonti e l’ad di Eni, Paolo Scaroni
Giovedì 26 agosto apriranno la giornata del Meeting l’ad di Fiat, Sergio Marchionne e il ministro della Giustizia Angelino Alfano che sarà presente al dibattito sulla giustizia insieme a Luciano Violante, presidente del forum Riforma dello Stato del Partito democratico. Nel pomeriggio, il ministro degli Esteri Franco Frattini interverrà all’incontro
dedicato a “Libertà religiosa e responsabilità politica”, mentre nel pomeriggio è in calendario il consueto appuntamento con l’interguppo parlamentare, al quale prenderà parte anche il ministro Alfano.
Mara Carfagna, ministro della Pari opportunità , parlerà di integrazione al femminile venerdì 27 agosto, mentre Josè Barroso, presidente della Commissione europea, interverrà nel pomeriggio per discutere di “Europa delle regioni”. Il Meeting si chiuderà il giorno successivo con l’annuncio del tema del prossimo anno. Per vedere il calendario completo del Meeting, cliccate qui.
La kermesse riminese si apre in un momento particolarmente importante della situazione politica italiana, a pochi giorni dalla morte del presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, che il Meeting ha ricordato proprio in queste ore, manifestando il proprio cordoglio.
In particolare l’organizzazione ha voluto rammentarne la prima visita, quella del 1991 che, si legge in una nota, ha segnato la storia del Meeting. Giunto, infatti, a Rimini, Cossiga aveva voluto indossare la maglietta dei volontari, dimostrando così la sua vicinanza all’esperienza del Meeting, al di là di qualsiasi steccato.
TEATRO, MUSICA E SPETTACOLO
Grandi attori, musica e teatro, eventi internazionali dalla Russia e dal Brasile, allestimenti
inediti, commedie in prima rappresentazione assoluta. Mai come quest’anno gli spettacoli del Meeting di Rimini si aprono al mondo, offrendo un panorama internazionale e una varietà di registri sui generis.
Il primo appuntamento è per il 22 di agosto con un classico del teatro: “Caligola e la luna”, spettacolo tratto da celebre dramma di Albert Camus, nel cinquantesimo dalla morte. Un testo con una riflessione potente sul desiderio dell’uomo e il suo bisogno di infinito.
Musica, letture ed immagini saranno protagonisti nella serata di lunedì 23 agosto con lo spettacolo “Marjia Judina”, la pianista che commosse Stalin, uno spettacolo che vedrà l’alternarsi di in un programma musicale, che va da Schumann a Brahms, passando da
Glinka per arrivare a Mussorgsky, e il racconto teatrale con un dialogo tra Marija Veniaminovna e un giovane musicista, Pavel, ferreo sostenitore del realismo socialista ma ammiratore, suo malgrado, della famosa pianista. Un testo scritto da Angela Demattè, con la regia di Andrea Chiodi.
Martedì 24 agosto in occasione dei 50 anni de “La dolce vita” e dei 90 anni dalla nascita di Federico Fellini, in scena un originale spettacolo teatrale scritto e diretto da Bruno Sacchini: “Federico! Felliniana in due atti e uno spot” con Arnaldo Ninchi nella parte del
Maestro e Valeria Ciangottini, nella parte di Giulietta Masina, sua moglie e musa.
Mercoledì 25 agosto sarà la volta di “Samba Raiz, la radice del samba”. In compagnia di un ensemble di Belo Horizonte, gli Essencia BH, viene proposto un poetico viaggio alla scoperta dei ritmi e delle canzoni tradizionali brasiliane, una serata che si abbina alla mostra dedicata al samba, che documenta la vita e la ripresa umana nei luoghi più poveri dell’immenso Paese sudamericano.
Dopo aver interpretato in video una delle tre voci narranti de “La Straniera”, spettacolo di apertura del Meeting 2008, Giancarlo Giannini torna stavolta personalmente in scena a Rimini giovedì 26 per lo straordinario recital che ruota attorno alle poesie di Giacomo Leopardi. “Che fai tu luna in ciel?”, celebre verso del “Canto notturno” di un pastore errante dell’Asia, è il titolo di una serata che vedrà Giannini prestare la propria voce alla lettura di una selezione di brani tratti da: “Zibaldone”, “Operette Morali”, “I Canti”.
Infine venerdì 27 agosto la grande festa finale del Meeting con gli OutofSize, viaggio nelle radici musicali americane, un grande concerto tra spiritual, gospel, blues e folk music ad ingresso libero. Il Meeting si conferma palcoscenico di pièces teatrali innovative nel Teatro D2 come: “Prima che venga notte” (lunedì 23 agosto), messa in scena con musica sulla base dei racconti della giornalista e scrittrice Marina Corradi e “L’ultima parola è dei pavoni” (martedì 24 agosto e mercoledì 25 agosto), una pièce di Francesca Destefanis (vincitrice del Premio Flaiano Drammaturgia under 35), basata sull’amicizia epistolare tra la scrittrice americana Flannery Ã’Connor ed una giovane universitaria. Conclude questo trittico una pièce firmata da Giampiero Pizzol, “Il vangelo visto da un cieco” (giovedì 26 agosto), che indaga con attenzione la vita e il sentire dei personaggi ‘minorì dei Vangeli.
Molto rock e blues nelle altre serate del Meeting, nello spazio Area Piscine Ovest Edison, con i concerti dei romani The Hideaway and the wanted men (23 agosto) e la Bryan Kazzaniga rock’n'roll band (mercoledì 25 agosto), mentre il folk italiano fa la sua comparsa con il Collettivo Mazzulata (26 agosto). Data molto speciale quella di martedì 24 agosto con il concerto italiano di Terra Naomi, giovane cantautrice statunitense, vincitrice dello YouTube Award e già forte di una serie di esibizioni tra cui quella al Wembley Stadium di Londra, di fronte ad oltre 80 mila spettatori. Insieme a lei i Radiolondra, giovane gruppo emergente tra i più interessanti del panorama italiano.
Infine tanto cinema. Innanzitutto la serata di premiazione del Meeting Rimini Film Festival (lunedì 23 agosto), quest’anno realizzato in collaborazione con la School of Visual Arts di New York, con il festival Karuzela Cooltury di Swinoujscie in Polonia e con il Festival Encuentro di Madrid. A presiedere la giuria sarà il regista italiano Alessandro D’Alatri.
Inoltre due incontri da non perdere per i fan del cinema nella giornata del 24 agosto con il regista D’Alatri e il sound engineer, tre volte vincitore del premio Oscar Christopher Newman e il secondo con Salvatore Petrosino, direttore del Dipartimento di Film e Animazione della School of Visual Arts di New York. Al Meeting saranno proiettati due film (ingresso a pagamento): mercoledì 25 agosto “Popieluszko. Non si può uccidere la speranza” e giovedì 26 agosto quello d’animazione “Up”.
Gli eventi nella Arena D3 e nel Teatro D2 sono a pagamento ed è
già disponibile la prevendita sul sito del Meeting. Gli eventi dell’area Piscine Ovest sono invece a ingresso libero. La prevendita sarà aperta fino al 18 agosto, mentre la biglietteria del meeting presso Rimini Fiera aprirà il 21 alle 15.
Fonte: Avvenire.it
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Lo statista scomparso ha saputo costruire un’Italia nuova.
Francesco Cossiga, figura di spicco del cattolicesimo politico democratico italiano, è stato essenzialmente un uomo di Stato. Ripercorrendo i grandi eventi che hanno caratterizzato la storia della Repubblica, si può facilmente constatare come il suo nome compaia in molti momenti cruciali della vita del Paese, dalla ricostruzione postbellica ai movimenti studenteschi, dagli anni bui del terrorismo fino all’esaurirsi di un’epoca e di una generazione politica, sotto i colpi delle inchieste giudiziarie e degli sconvolgimenti innescati dalla caduta del muro di Berlino.
Lo statista scomparso è stato a tutti gli effetti anche uomo della cosiddetta Prima Repubblica, della quale potrebbe essere considerato tra i simboli, esponente di una generazione che, dalle ceneri del ventennio fascista e del secondo conflitto mondiale, ha saputo costruire un’Italia nuova, in un contesto pieno di difficoltà e contraddizioni come fu quello della guerra fredda.
Ma Cossiga è stato anche capace di puntuali intuizioni circa gli sviluppi dei processi politici e ha anticipato, oltre che gli esiti di questi, anche un nuovo stile politico. Uomo di Stato, dunque. Di quello Stato che a volte ha saputo trasmettere il senso della fermezza e della certezza del diritto e che a volte ha tremato sotto i colpi del terrorismo e delle trame, vere o presunte, che di tanto in tanto affioravano in un contesto sicuramente particolare come è stato quello italiano, soprattutto dagli anni settanta fino ai novanta del secolo scorso.
Del suo essere uomo di Stato Cossiga – ed è questa forse la sua particolarità più spiccata – è stato sempre consapevole. Spesso insofferente. Soprattutto, è stato consapevole delle difficoltà , a volte drammatiche, che questo ruolo comporta. È stato così non solo nella tragica ed epocale vicenda del sequestro di Aldo Moro ma anche in molte altre pagine della storia repubblicana. Cossiga era consapevole di far parte integrante di un sistema – in quel momento, a suo parere, l’unico possibile – che presentava nette contraddizioni. Le stesse che, una volta diventato presidente della Repubblica, volle additare in quella stagione nella quale, “togliendosi qualche sassolino dalle scarpe”, divenne per tutti il “picconatore”.
Visione d’insieme e capacità di proiezione sono dunque alcuni dei caratteri della figura di Cossiga uomo politico. La carriera del futuro presidente della Repubblica italiana è stata del resto un percorso dalle tappe consumate sempre in anticipo sui tempi: nato a Sassari il 26 luglio 1928, a soli 16 anni ottenne la maturità liceale. Quattro anni più tardi la laurea in giurisprudenza: da qui prese avvio la carriera universitaria che lo porterà al insegnare diritto costituzionale nell’università di Sassari. Ancora più fulminante il percorso politico: a 17 anni è già iscritto alla Democrazia cristiana, e a 28 ne diventa segretario provinciale. Due anni dopo, nel 1958, entra a Montecitorio. È il più giovane sottosegretario alla Difesa nel terzo governo guidato da Aldo Moro; nel 1976, a 48 anni, è il più giovane ministro dell’Interno; nel 1979 è il più giovane presidente del Consiglio; poi, il più giovane presidente del Senato nel 1983, a 55 anni, e il più giovane presidente della Repubblica nel 1985, a 57 anni, eletto alla prima votazione da una maggioranza di voti molto estesa (752 su 977).
La formazione politica di Cossiga – cattolico in possesso di una raffinata institutio culturale e ammiratore di pensatori come Rosmini e Newman – è radicata nel solco del cattolicesimo politico. Negli anni universitari fece parte della Federazione universitaria cattolica italiana con ruoli di primo piano nella sezione di Sassari e a livello nazionale. Nella Democrazia cristiana è rimasto fino al suo scioglimento; nel 1998 ha poi fondato l’Unione democratica per la Repubblica (Udr), nel tentativo di costituire un’alternativa di centro ai nuovi poli di sinistra e destra, a suo parere non sufficientemente capaci di fornire al Paese una guida solida come quella che, sia pure nel succedersi di Governi, la Democrazia cristiana aveva saputo assicurare nel corso di un intero cinquantennio.
Il pragmatismo e il realismo sono stati del resto le altre cifre caratterizzanti la figura politica di Cossiga. Nello scenario della divisione fra blocchi e della conventio ad excludendum a danno del Partito comunista italiano, Cossiga si trovò a gestire situazioni drammatiche, dalle contromisure in vista di un’eventuale affermazione del comunismo in Italia, al movimento del 1977, con i tragici incidenti di Bologna e Roma, a seguito dei quali dai contestatori fu introdotta per il suo cognome la grafia Kossiga con la doppia s runica della famigerata organizzazione nazista, con una trovata tanto facile quanto ingiusta.
La vicenda più tragica è però senza dubbio quella del sequestro e dell’assassinio del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, a opera delle Brigate rosse quando Cossiga ricopriva la carica di ministro dell’Interno. Di fronte alle richieste dell’organizzazione terroristica per la liberazione dello statista democristiano, come è noto, le istituzioni scelsero la linea della fermezza. A seguito dell’uccisione di Moro il 9 maggio 1978, Cossiga si dimise. Ma l’anno successivo fu nominato presidente del Consiglio, rimanendo in carica fino al 1980.
Cinque anni più tardi, nel 1985, arrivò l’elezione al Quirinale. Fino al 1990 lo stile di Cossiga fu in linea con quello dei precedenti capi di Stato. Dopo la caduta del muro di Berlino, lo statista divenne invece più incisivo nel denunciare, come si è accennato, alcune delle contraddizioni del sistema di quella che venne poi definita Prima Repubblica. Nel 1991, a seguito delle rivelazioni sull’esistenza dell’organizzazione segreta Gladio, il presidente fu fatto oggetto di una procedura di messa in stato d’accusa, che cadde poi nel 1993. L’anno prima, il 25 aprile, a due mesi dalla scadenza del mandato presidenziale, si era dimesso.
Da senatore a vita, esaurito il tentativo cui si è già fatto cenno, della costruzione di un’alleanza di centro, le sue preferenze hanno oscillato fra i due principali schieramenti politici che si contendono la guida del Paese. Nel 1998 aveva contribuito alla nascita del primo governo italiano guidato da un politico di formazione comunista, Massimo D’Alema, nel 2006 ha dato il suo appoggio all’esecutivo presieduto da Prodi mentre nel 2008 ha sostenuto quello guidato da Berlusconi, al quale aveva già dato la sua fiducia nel 1994. Sempre nel 2006 aveva presentato le dimissioni dalla carica di senatore a vita, ritenendosi “ormai inidoneo ad espletare i complessi compiti e a esercitare le delicate funzioni che la Costituzione assegna come dovere ai membri del parlamento nazionale”. Ma le dimissioni erano state respinte. A conferma dell’autorevolezza di un ruolo riconosciuto allo statista al di là delle divisioni politiche.
di Marco Bellizi dell’Osservatore Romano.org
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ROMA, martedì, 17 agosto 2010
Immediatamente informato sulla notizia della morte del presidente emerito Francesco Cossiga, avvenuta questo martedì, all’età di 82 anni, Benedetto XVI profondamente addolorato si è raccolto in preghiera.
Pochi giorni fa – riferisce la Radio Vaticana – mons. Rino Fisichella era stato incaricato dalla Segreteria di Stato, a nome del Papa, di informarsi sullo stato di salute dell’ex presidente e si era recato in visita all’ospedale Gemelli di Roma, dove Cossiga era stato ricoverato nove giorni fa.
Il Cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), a nome di tutto l’episcopato ne ha ricordato in una nota “il profondo senso dello Stato e l’intensa esperienza di fede, testimoniata nei lunghi anni dell’attività accademica e dell’impegno politicoâ€.
“Egli – ha continuato – ha servito il nostro Paese nei più importanti compiti istituzionali, in momenti assai delicati, sempre consapevole delle proprie responsabilità e attento al perseguimento del bene comuneâ€.
Nato a Sassari il 26 luglio 1928, a 17 anni si iscrive alla Democrazia cristiana, e a 28 viene nominato segretario provinciale. Due anni dopo, nel 1958, diventa il più giovane sottosegretario alla Difesa nel terzo governo guidato dal presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro.
La vicenda più tragica per cui viene ricordato è quella del sequestro e dell’assassinio di Moro, a opera delle Brigate rosse quando Cossiga ricopriva la carica di ministro dell’Interno e di fronte alle richieste dell’organizzazione terroristica le istituzioni scelsero la linea della fermezza.
A seguito dell’uccisione di Moro il 9 maggio 1978, Cossiga si dimise. Ma l’anno successivo fu nominato presidente del Consiglio, rimanendo in carica fino al 1980. Divenne l’ottavo presidente della Repubblica nel 1985.
Nel 1991, in seguito delle rivelazioni sull’esistenza di “Gladio” – la sezione italiana di Stay Behind Net, una organizzazione segreta dell’Alleanza Atlantica – fu presentata in Parlamento la richiesta di messa in stato di accusa per Francesco Cossiga. Nel 1993, però, il comitato parlamentare ritenne tutte le accuse infondate.
Dal canto suo il quotidiano della Santa Sede, “L’Osservatore Romanoâ€, ha ricordato come il nome di Francesco Cossiga “compaia in molti momenti cruciali della vita del Paese, dalla ricostruzione postbellica ai movimenti studenteschi, dagli anni bui del terrorismo fino all’esaurirsi di un’epoca e di una generazione politica, sotto i colpi delle inchieste giudiziarie e degli sconvolgimenti innescati dalla caduta del muro di Berlinoâ€.
“Lo statista scomparso – si legge ancora sul quotidiano vaticano – è stato a tutti gli effetti anche uomo della cosiddetta Prima Repubblica, della quale potrebbe essere considerato tra i simboli, esponente di una generazione che, dalle ceneri del ventennio fascista e del secondo conflitto mondiale, ha saputo costruire un’Italia nuova, in un contesto pieno di difficoltà e contraddizioni come fu quello della guerra freddaâ€.
“Ma Cossiga – continua ‘L’Osservatore Romano’ – è stato anche capace di puntuali intuizioni circa gli sviluppi dei processi politici e ha anticipato, oltre che gli esiti di questi, anche un nuovo stile politicoâ€.
“Uomo di Stato, dunque – sottolinea –. Di quello Stato che a volte ha saputo trasmettere il senso della fermezza e della certezza del diritto e che a volte ha tremato sotto i colpi del terrorismo e delle trame, vere o presunte, che di tanto in tanto affioravano in un contesto sicuramente particolare come è stato quello italiano, soprattutto dagli anni settanta fino ai novanta del secolo scorsoâ€.
Fonte: ZENIT.org
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ANDREA BOCELLI
Cosa spinge uno dei cantanti più famosi al mondo a prestare la sua voce per sostenere un gruppo di giovani impegnati in una missione di evangelizzazione di strada e di spiaggia?
«L’amicizia e l’ammirazione che nutro per queste persone di buona volontà » spiega Andrea Bocelli con disarmante semplicità . Il 52enne cantante e tenore toscano, un artista capace di raccogliere applausi a New York come di cantare davanti al Papa, è sceso così ieri sulla spiaggia di Riccione per prendere parte alla missione che fa risuonare lo slogan di Gesù Cristo «Chi ha sete venga a Me» in uno dei templi del divertimentificio. Il tempo è stato inclemente, una delle poche giornate di maltempo dell’estate 2010 sulla riviera, ma qui nessuno se n’è accorto: i ragazzi hanno comunque invaso la spiaggia al Bagno 85 con l’animazione pomeridiana fatta di musica, danza e testimonianze. Poi, alle 21, la Messa, dove centinaia di persone dentro e fuori la chiesa dell’Alba, dove è parroco don Franco Mastrolonardo, organizzatore della missione, hanno goduto dell’interpretazione del tenore del Panis Angelicus di Cesar Franck e dell’Ave Maria di Schubert. L’affluenza alla celebrazione è stata talmente alta che neppure il grande schermo allestito all’esterno della chiesa è riuscito a soddisfare tutti i presenti. «Volevo portare il mio piccolo contributo all’iniziativa – spiega il cantante –. Spero di non aver distolto con la mia presenza l’attenzione verso la buona notizia annunciata da questi giovani».
Dai teatri alla spiaggia: come è nata questa insolita collaborazione con la comunità Nuovi Orizzonti e i giovani missionari riccionesi?
«L’amicizia con Chiara Amirante, con don Davide Banzato (la fondatrice e l’assistente spirituale di Nuovi Orizzonti, ndr) e con i loro più stretti collaboratori, dura da tempo. Oggi tante persone vedono solo il lato brutto della vita, per cui è necessario rimboccarsi le maniche e portare una parola di speranza, un annuncio di ottimismo. Chiara e altri lo fanno, dedicano la loro vita al bene 24 ore su 24: una scelta contagiosa».
Però non così praticata oggi.
«Ogni azione ci apre davanti un bivio: la strada del male e quella del bene. La prima sembra una discesa, durante la quale non si pedala e non si fa fatica, ma con il rischio concreto di cadere. La seconda assomiglia tanto a una salita, durante la quale si suda e dietro ad ogni tornante si nasconde l’insidia di mollare. Arrivati in cima però si ha la sensazione di aver fatto un’impresa, di aver portato a termine qualcosa di grande».
E lei, ciclista Bocelli, quale strada per la vita ha imboccato?
«In ogni competizione c’è chi arriva prima e chi dopo. Con un’altra immagine ciclistica i giovani missionari con le infradito ai piedi, lo zaino in spalla e il sorriso fraterno di Riccione sono nelle posizioni di testa nel gruppo. Io mi auguro di aver intrapreso la direzione giusta, quella che conduce al traguardo. La domanda sul senso della vita, le questioni morali più profonde mi si stagliano davanti ogni giorno, negli incontri che faccio, nelle scelte che prendo».
Ai ragazzi in vacanza a Riccione e sulla riviera romagnola, in cerca di facili trasgressioni, lei che direbbe?
«Offrirei il mio silenzio. Tante persone oggi chiudono le orecchie ai discorsi ma aprono gli occhi di fronte all’esempio».
Se qualche appassionato ciclista le chiedesse indicazioni sulla giusta direzione?
«Gli consiglierei di leggere il Vangelo. C’è una frase che Matteo fa pronunciare a Gesù che mi ha conquistato sin da bambino: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”. È il compimento di quanto auspicava Tobia: “Non fare a nessuno ciò che non piace a te”».
Si parla spesso di mancanza di valori nelle nuove generazioni ma anche di errori educativi delle famiglie. Lei, come padre di due figli, che ne pensa?
«Troppo facilmente gli adulti pensano di risolvere il loro compito educativo procurando denaro ai figli. I ragazzi invece hanno bisogno di qualcosa di molto più importante, domandano fiducia nel futuro, cercano ascolto, desiderano dialogo e anche carezze».
Di recente lei ha dialogato con i figli anche su un tema tanto attuale quanto delicato e drammatico come l’aborto. Mi riferisco al suo racconto sul web di una giovane donna giunta in ospedale con dolori che fanno pensare a un’appendicite. Lei non sa di essere incinta e i medici le propongono di rifiutare il bambino.
«I dottori le misero del ghiaccio sulla pancia e poi, quando il trattamento era finito, le dissero che avrebbe fatto meglio ad abortire. Che era la soluzione migliore, perché il bambino sarebbe venuto al mondo con qualche forma di disabilità . Ma la giovane e coraggiosa sposa decise di non interrompere la gravidanza e il bambino nacque. Quella signora era mia madre, e il bambino ero io. Sarò di parte, ma posso dirvi che è stata la scelta giusta e spero che questo possa incoraggiare altre madri che magari si trovano in momenti di vita complicati ma vogliono salvare la vita dei loro bambini».
Che sogno nel cassetto può avere un artista che si è esibito in ogni parte del mondo, capace di vendere 70 milioni di dischi e che ha cantato due volte davanti a Benedetto XVI?
«Ciascuno è stato dotato di un carisma, di un talento. La voce è lo strumento che ho ricevuto, ma è importante l’uso che se ne fa: io cerco di migliorarmi sempre. Il prossimo anno canterò per la pace in Israele. E se il Papa dovesse chiamarmi ancora, garibaldinamente risponderei volentieri: obbedisco, Santità !».
Paolo Guiducci dell’Avvenire.it
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12 Agosto 2010
INCHIESTA
Quasi in silenzio, stanno tornando gli sbarchi di migranti sulle coste del sud. Mentre gli arrivi via terra soprattutto dalla frontiera orientale del Carso non sono mai diminuiti, in mare i trafficanti di uomini sono alla ricerca di nuove rotte mediterranee per proseguire una delle attività illecite più remunerative con un giro d’affari di svariati milioni di euro. Tre mesi fa il rapporto sulle periferie urbane svolto dall’Università Cattolica per il Viminale segnalava che la percentuale degli irregolari era in aumento, dal 9,1% sul totale registrato a inizio 2009 al 10,7% del primo trimestre 2010. E tutti gli osservatori, invitano a guardare non solo al calo degli arrivi, effettivo grazie al pacchetto sicurezza, ai pattugliamenti e ai respingimenti in mare effettuati dalle forze dell’ordine italiane come da quelle spagnole e greche. Chi li aiuta e li accoglie, la Caritas, le organizzazioni di volontariato, le parrocchie e i conventi, da soli o insieme alle autorità , lo sa. Non va mai scordata la forte e costante pressione migratoria che schiaccia in continuazione le frontiere europee. Sul versante maghrebino l’accordo con il regime di Gheddafi e i respingimenti verso le coste libiche hanno ad esempio chiuso, ma non sigillato, il Canale di Sicilia. Ma non è diminuito il flusso da sud verso la Libia, dove restano almeno 450 mila persone, sostengono fonti umanitarie, entrate irregolarmente dal Corno d’Africa e dall’Africa subsahariana grazie al racket con il progetto di entrare in Europa via Italia a ogni costo. Un altro fronte si è aperto in Turchia dove, nei sobborghi di Smirne – è storia di queste ore – attendono invece di partire verso il Vecchio continente afghani, pakistani, bengalesi, curdi, iraniani e iracheni. Sono perlopiù di passaggio diretti verso l’Europa centrale e la Gran Bretagna. Nuove rotte che danno sbocco a un flusso inarrestabile in fuga dalla fame e dalla guerra.
Cento persone in tre giorni sono sbarcate in Salento, ultima frontiera del mare. Vengono dalla Turchia, lungo una vecchia rotta di contrabbandieri dismessa da dieci anni che in quasi 100 ore di navigazione collega Otranto con Smirne. In un decennio sono cambiate le modalità di trasporto per sfuggire ai controlli. Dall’inizio dell’estate sono state scoperte cinque barche a vela utilizzate per il trasporto in Puglia di immigrati irregolari. Domenica sera a Porto Badisco, tre km da Otranto, la Guardia di Finanza ha fermato un veliero insospettabile con 66 immigrati di etnia curda, afghana e iraniana, tra cui molte donne e bambini. Ciascuno di loro ha pagato 5000 euro il viaggio della speranza. Ieri 42 cittadini afghani, tra i quali 15 donne e sette bambini, sono stati bloccati dai finanzieri a 8 km da Gallipoli. I piloti, di cittadinanza turca, sono stati arrestati, si sta indagando per stabilire se gli scafi siano stati rubati.
«Negli ultimi tre mesi sono avvenuti almeno una decina di sbarchi nel Salento – spiega don Maurizio Tarantino, direttore della Caritas diocesana Otranto – con 680 immigrati provenienti dall’Estremo oriente. La situazione preoccupa e le autorità prevedono altri arrivi». Lo conferma il protocollo d’intesa che ha riattivato la rete di solidarietà locale, siglato otto giorni fa dalla prefettura di Lecce con Comune, Provincia di Lecce, Asl, Croce Rossa e tutte le Caritas provinciali per riaprire il centro di accoglienza idruntino «Tonino Bello». Lì avviene la primissima accoglienza, poi i migranti vengono trasferiti al Cie di Bari per l’identificazione.
«Abbiamo scelto di essere presenti – commenta don Maurizio – per dare soccorso e conforto a questi nuovi arrivi, soprattutto famiglie, donne e bambini. Sono di passaggio, la meta è la Germania».
La Turchia è al secondo posto nella lista dei Paesi sanzionati dalla Corte europea per violazione dei diritti umani ai danni dei rifugiati. L’Ue perciò non ha ancora concluso un accordo di rimpatrio con Ankara e lascia libero chi proviene dal suolo turco.
L’altra rotta navale che dopo più di un anno è tornata in auge corre lungo i 250 chilometri di Mediterraneo che separano il porto algerino di Annaba dalla costa cagliaritana. Gli ultimi approdi lunedì sera – 15 nordafricani sono stati soccorsi dalla Guardia Costiera al largo di Capo Teulada – e ieri sera quando dieci immigrati di origine tunisina sono stati individuati sempre a Capo Teulada. Quest’estate, conferma la Prefettura, ne sono arrivati 150, giovanissimi, molti minori non accompagnati. A piccoli gruppi su barchini.
«Da tre mesi a questa parte – afferma il direttore della Caritas diocesana di Cagliari, don Marco Lai – sono arrivate una sessantina di persone definitesi minori. L’accordo in vigore tra Italia e Algeria prevede il rimpatrio immediato solo per i maggiorenni». Attendono l’identificazione nel centro di Elmas, vicino all’aeroporto cagliaritano, poi tentano la fuga verso Napoli o, via Corsica, verso Marsiglia. La Caritas cagliaritana sta pensando di aprire una comunità per minori per quelli che in Algeria si chiamano “harraga”, termine usato nel Maghreb per chi “brucia” la frontiera.
La Caritas italiana ha dichiarato che il traffico di esseri umani via terra resta il mezzo principale di ingresso. La conferma viene dai circa 150 chilometri di frontiera carsica che separano Trieste da Tarvisio, dove passano a piccoli gruppi le persone stipate dentro o perfino sotto i tir. La rotta di terra parte dalla Turchia, attraversa i Balcani e raccoglie il flusso di iraniani, irakeni, curdi e afghani. A loro si uniscono bangladeshi e kosovari. Per avere un’idea del sommerso vanno incrociati i dati della Prefettura, 150 richieste d’asilo nel 2009 e 50 di quest’anno, con quelli delle Caritas del Friuli Venezia Giulia, che nei soli centri d’ascolto hanno aperto l’anno passato 2500 pratiche per immigrati, spesso intestate a famiglie intere.
L’ultima frontiera, quella aerea, è a Malpensa ed è stata definita un mese fa dal ministro dell’Interno Maroni la più insidiosa. Fino al primo aprile 2008 lo scalo milanese accoglieva allo sportello rifugiati della Prefettura gestito dalla Caritas Ambrosiana circa 1200 richieste l’anno. Da quando Alitalia ha fatto armi e bagagli, i richiedenti asilo sono scesi a 600 nel 2009 e perlopiù vengono rinviati in Italia, luogo di primo ingresso, da altre capitali europee. Lo scalo lombardo resta, con Parigi, Londra, Francoforte ed Amsterdam, uno dei nodi dell’immigrazione per via aerea. Gli extracomunitari pagano alle organizzazioni criminali 10-15mila euro per un servizio che include documenti falsi. Ma i più da sempre arrivano muniti di visto turistico che non rinnoveranno mai, in attesa di regolarizzarsi con la prossima sanatoria.
Paolo Lambruschi dell’Avvenire.it
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